Alessandro Tasinato

Laureato in Scienze ambientali, classe ’74
Alessandro Tasinato ci ha fatto visita per parlarci del suo primo libro:

“Il fiume sono io” (Bottega Errante edizioni, 2018)

La storia attuale di un fiume e del suo territorio sottratto.

Parlaci del tuo primo libro

E’ un’indagine narrativa che vuole essere sia un racconto del territorio, una testimonianza ma anche una spina sul fianco per un sistema economico che rispetto alla bassa padovana è stato un volano in senso negativo. C’è una bici all’orgine di queste ricerche, perché nella narrazione c’è un percorso lungo il territorio della bassa padovana, che il protagonista Nino Franzin fa a piedi. In realtà si tratta di percorsi che in buona parte ho scoperto andando in bicicletta lungo gli argini della Rabiosa, nome originario dell’attuale Fratta Gorzone.

Quali collegamenti tra il libro e gli eventi meteo estremi appena successi

Quello che tocco nel mio libro è stato un altro evento disastroso ed è l’evento alluvionale del 2010 che ha avuto molte analogie con il recentissimo evento. Il libro è costruito con una trama circolare ogni inizio che si trova nei primi capitoli ha una sua evoluzione e si chiude in un cerchio. 

Il protagonista del libro è La Rabiosa, oggi fiume disastrato, mortalmente inquinato che nell’antichità aveva un nome femminile, istintivo che sfogava naturalmente le sue acque nel lago di Vighizzolo, magnificamente rappresentato nella carta catastale della metà del 500 del Retratto del Gorzone (visibile al Museo Civico di Stanghella). 

In tutta questa evoluzione supina del territorio che ha subito anche di recente rispetto alla potenza del distretto conciario, l’alluvione del 2010 sembra ridare forma al lago di Vighizzolo, facendo riacquistare quella parte di territorio che l’uomo un pò alla volta le ha sottratto, retratto.

Retratto infatti significa sottrarre terra all’acqua. E’ come se l’idea di sottrarre terra all’acqua abbia lasciato un marchio, in noi veneti in maniera ancor più marcata, un essere aggressivi nel rapporto con il territorio.

Fortunatamente ora si cerca di fare dei passi indietro, cercando di ridare spazio alle acque.

Dimenticare i luoghi

Il fatto del dimenticare, è tipico dei luoghi inculti

Quando la serenissima guarda all’entroterra per recuperare terra da coltivare, istituisce la magistratura ai luoghi inculti, nominando i provveditori che dovevano prendersi in carico i territori in balia delle acque e definire le opere idrauliche per regimarle e sottrarle al territorio.

Ho costruito una narrazione per ridare voce e dignità a questi luoghi lontani dalla città, estremamente periferici, e periferici nelle periferie. Luoghi inculti, la dove le strade di campagna morivano a ridosso di un arzere e dove abitavano le ultime stalle, fattorie oramai abbandonate.

Tutti questi luoghi e abitanti non hanno mai avuto una voce in capitolo.

Il loro mondo, per quanto piccolo era sicuramente completo, circolare.

Il Tenca

Il tenca è un personaggio importantissimo del libro perché accompagna il protagonista nel macchiarsi, nello sporcarsi.

Il Tenca che abita i luoghi marginali, ma è egli stesso un personaggio marginalizzato, nel romanzo, ha una funzione di volano della storia, perché da al protagonista la possibilità di introdursi ai luoghi inculti.

Questo Tenca nel 2018, è ancora un personaggio importante, può prendersi un qualche ruolo nella gestione del territorio? o è forse il simbolo del veneto medio che questa consapevolezza non ha più e che preferisce affidarsi a dei leader politici che non hanno politiche adeguate alla gestione del territorio.

Il Tenca che appartiene alla generazione dei quarantenni, una generazione che definirei di mezzo, sempre a scavalco di qualcosa, ma mai padroni del proprio tempo è il simbolo di un territorio che ci è sfuggito.

La generazione di mezzo e il territorio

Ricordo una canzone che andava in voga in quegli anni che è “Noi, ragazzi di oggi” di Eros Ramazzotti, che raccontava negli anni 80 chi era la nostra generazione. Inseguivamo l’America, guardando qualcos’altro, finché qualcuno ci darà una terra promessa. E’ la sintesi della riflessione appena fatta. La terra promessa è qualcosa da conquistare, ma se si aspetta che qualcuno te la dia, vuol dire che non ci siamo e vuol dire che non hai capito qual’è la tua terra promessa. E noi in questo territorio avevamo la terra promessa sotto i piedi. Ma per una serie di menefreghismi e rinunciando alla consapevolezza di quello che stava succedendo alla nostra terra, qualcun altro non ce l’ha data e se l’è presa.

Come riallacciarsi con il territorio e la natura?

Ho avuto la fortuna di abitare in una casa si campagna con i nonni ed ero libero di passare i pomeriggi, libero da impegni. C’è stata tutta una sequenza di eventi che mi ha portato a conoscere di mia iniziativa questi luoghi, anche attraverso incursori nella mia vita privata che sono stati amici e maestri che mi hanno iniziato a pescare prima, e poi maestri che hanno scritto libri importanti sui nostri territori che mi hanno insegnato attraverso i loro libri.

Credo che adesso sia più difficile per mancanza di tempo, perché il contesto è diverso, perché c’è una vaga idea di minaccia, di pericolo. Credo che alla fine, i percorsi guidati che ti portano dentro il territorio siano utili, altrimenti chi vive nella dimensione moderna, difficilmente riuscirebbe ad entrare in contatto con il territorio.

Pertega e Reòn

Un paio di elementi che legano la narrazione del libro sono la Pertega e il Reon.

Nei primi capitoli è l’immagine forte che Nino Franzin riceve da bambino frequentando per la prima volta la degora (fosso) Li c’era un reon. Il pescatore alzando la pertega fa scoprire a Nino un mondo subacqueo che non conosceva. Questa immagine verrà elaborata di volta in volta nel corso della vita, da parte di Nino, che sostituisce i pesci dentro al reon con una serie di situazioni offerte dalla vita. Ogni volta si chiederà qual’è la preda, se c’è un predatore, se c’è un pescatore che manovra la vita e la morte questi esseri viventi, se dentro al reon è solo o con altri pesci, cosa si può fare dentro ad una gabbia e cosa è possibile fare per uscirne.

La copertina riprende il concetto di Reon, del branco quando c’è uniformità di vedute, di pensiero che ti rassicura. Il guizzo dei due pesci è l’idea della collettività del condividere un’idea almeno in due, come unica via di speranza per uscire dal branco.

La speranza passa attraverso la comunità.