Bianco e nero

Il bianco e nero sui social non piace. Non piace forse perchè quando uno apre un social, vuole evadere, vedere colori, sfarzo, felicità, spensieratezza. Vuole qualcosa per allontanarsi dal grigio quotidiano dalla routine, dal solito. Vuole vedere o credere di vedere, credere di entrare in un’altra realtà. Che poi non è mica detto che sia reale quella cosa che crede, ma lo fa star bene, un bene evanescente. Il bianco e nero inchioda. Non si può vedere un bianco e nero, bisogna osservarlo, leggere i chiari e scuri, immaginarsi nelle ombre, fantasticare sui colori.
E’ una sorta di sintesi perchè riduce la varietà cromatica a sole potenze di grigio.
E’ una sintesi, una crasi cromatica.
E’ una sintesi lo scalare una salita con la propria bici.
E’ una sintesi perfetta se si scala in solitaria.

Il meteo è incerto, volto al brutto con nuvoloni grigi che viaggiano veloci. Il vento caldo dai quadranti meridionali porta ancora una volta ventate di fine estate in questo fine ottobre fuori schema.
Parto.
Sono ancora indeciso sul giro e all’ultimo mi dirigo verso il monte Ricco. Nella mia pochezza ciclistica non posso certo definirmi scalatore, non ho il fisico per entrare in quella categoria. Normodotato come sono, non posso che rientrare nella media amatoriale.

Ma quella salita è lì per un motivo preciso. E’ una salita per espiare, per confessarsi, per meditare. E’ una salita senza via d’uscita, che inizia con una sbarra da oltrepassare per finire con una terrazza da amare.
Bisogna volerla, perchè non si trova per strada.
Oggi è il giorno giusto, perchè lungo quei 15 tornanti volti a sud, protetti da cipressi il vento non si sentirà più di tanto e la temperatura sarà gradevole. E’ inutile che cerchiate il percorso lungo il versante rosicato dalle cave, perchè non lo si vede. In un banale gioco dell’unisci i punti si intravedono solo il punto di partenza, la Casa Bianca, la Casa Rossa e l’Eremo di Santa Domenica. Fantasticate e metteteci tutti i tornanti tra quei 3 punti.
Non è il giorno per andare a tutta, ma è il giorno per sfidarla.
E’ il giorno per pedalare lentamente spingendo forte nelle rampe arcigne verso est e per respirare profondamente in quelle più clementi verso ovest. Non c’è nessuno, solo qualche camminatore solitario che, forse, si interrogherà sul mio andare su e giù.
La conosco a memoria, rampa per rampa, tornante per tornante e l’assenza di auto, permette di estraniarsi dalla guida se non per condurre la bici lungo le facili curve che raccordano i rettilinei. Non sono un esperto di meditazione, ma so cosa fare per iniziarla.
Il vento che agita le pinne dei cipressi, porta e riprende mille pensieri che cerco di allontanare dalla mia mente. Pedalo lentamente, spingo a fondo cercando di calibrarlo con il respiro, riportando il pensiero lì a qualche centimetro dalla mia ruota anteriore. Non alzo lo sguardo, non mi serve, so dove sono e il paesaggio è dentro la mia mente. Mi sembra di contare i piccoli sassi della strada, li sento passare sotto le mie ruote uno ad uno. Sento il mio corpo appoggiato al sellino e la mia forza che passa attraverso i pedali. Per qualche tratto ci riesco, solo con la bici e il pensiero che si sposta lentamente metro dopo metro. La terrazza dell’Eremo è un arrivo intermedio che serve per alzare lo sguardo e ricomporsi per la discesa.

Scendo e risalgo,
metro per metro in sintesi perfetta con l’io.