Con molto piacere, riporto integralmente un vecchio articolo del mio caro amico Marco Benedetti.

Si parla della 6 giorni di Gent, forse la 6 giorni ancora attiva più vecchia, con la prima edizione corsa nel 1922.

Per chi non lo sapesse, una 6 giorni è una manifestazione ciclistica su pista che si corre per l’appunto nell’arco di 6 giorni, con prove giornaliere. Vi partecipano “squadre” di corridori formate da coppie, che nel corse delle prove, guadagneranno punti o perderanno giri.

Vi lascio all’articolo!

Gent – Tra candidi fiocchi di neve e il legno pregiato dei velodromi par veramente essere un poco felice abbinamento: l’arrivo nella notte del quarto giorno di pista della Sei Giorni nella città di Carlo V non è dei più agevoli sotto una tempesta di neve che ha paralizzato mezzo Belgio. Miglior sorte spetta però al t’Kuipke di Gent rispetto al Vigorelli di Milano sepolto sotto la nevicata del 1985 e mai più risorto: i dieci centimetri caduti hanno abbattuto un traliccio della corrente a una trentina di chilometri causando un black-out in tutte le Fiandre, a farne le spese è proprio l’Americana di mezzanotte da corrersi per 40’, insieme alle gare dietro motore. Resto del programma previsto fino alle 2 di notte annullato per mancanza di energia elettrica e un mesto ritorno a casa per i cinquemila tifosi fiamminghi che erano venuti fiduciosi ad applaudire l’idolo di casa, Iljo Keisse in coppia con Matthew Gillmore, di dieci anni più vecchio.

 

Tra gli ultimi a lasciare il parco imbiancato dove come una perla è incastonato il ‘t Kuipke, Bruno Risi, anche sotto la berretta i capelli biondi e il sorriso del ciclista svizzero lo rendono facilmente individuabile e le pacche sulle spalle sono contagiose. Risi, 37 anni compiuti il 6 settembre è per il mondo del ciclismo su pista tra gli atleti più amati dal pubblico e più ascoltati dagli avversari: dopo una caduta o una neutralizzazione di una coppia, il via vai dalla cabina di Risi per scambiarsi opinioni e ricevere consigli è consueta liturgia. La medaglia d’argento alle Olimpiadi di Atene nel 2004 e il titolo di Campione nel Mondo l’anno prima a Stoccarda in coppia con Franco Marvulli, entrambi nell’Americana, sono solo due tra le tante vittorie dell’elvetico, al suo attivo 136 Sei Giorni (due in più di Rik Van Steenbergen, un centinaio meno dell’inavvicinabile Danny Clark, il Sir della Tasmania 234 volte sugli anelli in giro per il mondo) con 37 vittorie, tra i pistard in attività nessuno può vantare il suo palmares.

“Allora Bruno come sta andando questa Sei Giorni?”

“A giri neanche male…, peccato per la seconda Americana di stasera perché io e Betschart puntavamo molto alla caccia per recuperare almeno il secondo posto dietro a Gillmore e Keisse. Ma vediamo sabato cosa si riesce a fare. Buonanotte.” Non è il caso di rimanere oltre con i piedi ammollo nel fango, le quattro ore di pista per Bruno e le ore di volo e taxi rendono sufficientemente desiderabile un letto.

Un letto che viene però subito tradito per alcune pinte di birra: troppo invitante la vetrina del De Karper, il pub-santuario dei pistards in Kortrijsesteenweg, a cinque minuti dal Citadelpark. Nessuna malizia in quelle vetrine dai neon colorati, se non quella ispirata dalle curve dei manubri di alcune biciclette da pista di Etienne de Wilde, altra gloria gandese; sulle televisioni alle pareti non popstar ma il televideo con la classifica della 65° Z6S-daagse Vlaanderen-Gent e non è un caso visto che il telecomando è nelle mani sicure di Ronie Keijsse padre di Iljo, un buon passato da ciclista e un presente da coach. Nonostante siano ormai le 3 del mattino al De Karper l’adrenalina degli sprint a eliminazione e dei cambi sulle curve paraboliche anima tutti i discorsi; subito riconoscibili i tifosi di Risi e Bertschart, oltre che dalle magliette gialle con il toro simbolo del Cantone di Lucerna e i berretti rossi con la croce della Federazione svizzera, si fan presto conoscere per i campanacci alpini da mucche al pascolo. Più discreti alcuni canadesi che sono venuti dall’Ontario dove organizzano a loro volta una Sei Giorni: Eugene Vandal e Arnold Devlin distribuiscono spillette a Keijsse sr. che ripaga tutto il tavolo con una dozzina di birre. Come tutti gli anni un gruppo di quattro amici australiani aggiungono spettacolo allo spettacolo con costumi da Rolling Stones o Highlanders: stanotte con gonnellino da scozzesi e parrucconi giallo-paglierino aggiungono sfumature boccaccesche per la gioia e i gridolini delle ragazze che hanno lasciato il velodromo: il motivo di tale interesse è palese quando all’ennesima richiesta di sollevare il kilt, invece di una sola proboscide in tessuto applicata su slip a forma di elefante se ne distingue distintamente una seconda molto meno esotica: statisticamente le tante puntate ai bagni del ‘t Kuipke prima o poi dovevano causare una non perfetta sequenza nel riposizionamento degli attributi.

 

Anche se con la vista un po’ annebbiata siamo pur sempre all’accademia del tifo ciclistico e i pronostici guardando le classifiche sono da logica euclidea “Bartko-McGroy erano partiti stasera davanti con 206 punti e si trovano ora a un giro e indietro di due punti da Gillmore-Keisse che sono primi a 246…, gli olandesi Slippens-Stam hanno recuperato un giro e fatto 46 punti…, Risi-Betschart han preso un giro e fatto solo 27 punti…” alla vigilia di sabato sembra chiaro a tutti che a giocarsela saranno la coppia belga e quella olandese, anche perché gira voce che un forte mal di gola abbia colpito McGroy: l’australiano campione olimpico nell’Americana a Sidney 2000 difficilmente riuscirà a essere a fianco di Robert Bartko tra qualche ora. Di fatto la Sei Giorni pur mancando ancora le gare del sabato e della domenica è affar loro: le altre nove coppie, compresa un’autentica rarità nell’ecosistema ciclistico, un esemplare pressoché unico nel mondo dei velodromi di homo italicus 52×16, al secolo Marco Villa, unico italiano a Gent in coppia con l’altro svizzero Franco Marvulli, accusano tra i 6 e i 20 giri di ritardo.

 

Per qualunque specie animale o vegetale, la frase “in via di estinzione” comporterebbe l’immediata e commovente mobilitazione di comitati e campagne di sensibilizzazione sull’opinione pubblica. Se invece di un fiore o una farfalla, a rischio di scomparire dal pianeta delle due ruote, è un bipede straordinariamente evolutosi sull’elisse di un velodromo, capace di americane, velocità, corsa a punti, eliminazione, sprint, inseguimento…, insomma tutte quelle strategie di sopravvivenza che per un seigiornista rappresentano le affinità elettive nel mestiere della bicicletta a scatto fisso, il rischio dicevamo è che in Italia (pur avendo avuto il nostro paese campioni quali Giuseppe Ogna, Guido Messina, Leandro Faggin, Antonio Maspes, Giuseppe Beghetto), la cosa passi del tutto inosservata. Confidiamo che nella nazione dei Panda, simbolo universale delle specie a rischio, le Olimpiadi Pechino 2008 diano qualche segnale confortante.

 

Le poche di ore di sonno del sabato mattina sono consumate velocemente e verso le sette di sera l’aperitivo ciclistico ai gandesi viene servito da giovani (e spesso insanguinati per le numerose cadute dovute all’inesperienza e vivacità nei cambi) pistard, dieci coppie di promesse tra i 18 e 21 anni; due di queste promesse partite nel 1989 dall’Italia, Marco Villa e Giovanni Lombardi, vinsero a Gent la loro prima Sei Giorni delle belle speranze, e per Villa sarebbero dovuti passare 9 anni prima di riuscire a rivincere da “grande” insieme a Silvio Martinello: proprio nelle mani (e soprattutto nella testa, vedi speciale Cycling pro – Dicembre 2005 pag. 110) del padovano è riposto ora il destino della pista italiana. Il cremasco invece, dopo 121 Sei Giorni con 22 successi, sta ancora girando sulle assi fiamminghe con lo stesso sorriso mite di quando salì sul podio con Lombardi.

Consumati rapidamente i giri del loro palcoscenico, i ragazzi lasciano la scena ai fratelli maggiori; per la cronaca al comando, tanto per cambiare, ci sono i belgi Nicky Cocquyt e Davy Tuytens, 21 e 19 anni; dietro di loro a un giro due tedeschi. I coetanei italiani a casa dalla mamma. Tutto è pronto al ‘t Kuipke, e quando son passate da poco le otto, la voce famigliare di Niko De Muyter, uno dei tre speaker che si alternano per la frenetica cronaca della kermesse, inizia uno a uno presentare le 26 stelle filanti che illumineranno la serata. Il tempo di scaldare le mani ai quasi seimila spettatori (dai 13 ai 30 euro il costo del biglietto, aggiungine altri 9 per 25 bei gettoni colorati da convertire in freschi bicchieri di birra e la ricetta di un successo sportivo e ludico è garantito) con i 60 giri della corsa a punti vinta da De Fauw-Beikirch davanti a Gilmore-Keisse, gli sprint al contrario dell’eliminazione a squadre dove ciò che conta è arrivare penultimo cosa in cui se la cavano benone Slippens-Stam (ancora secondi Gilmore-Keisse) e lo sprint lanciato sul giro di pista, sempre gli olandesi i più veloci in 8”72/00 per i 166 metri del ‘t Kuipke (con una velocità pari a 68,53 km/ora), 9/00 in meno di Gilmore-Keisse tanto per cambiare, e finalmente alle 21.30 si apre la caccia con la prima Americana della serata. Questa è da 40’ più dieci giri finali, ma da quando è stata inventata l’Americana a coppie o Madison (dal Madison Square Garden di New York dove fu corsa la prima durante la Sei Giorni dal 4 al 9 dicembre 1899) ha visto tutta una serie di diverse interpretazioni, da quella per l’Aquila d’argento che si corre sui 100 chilometri della pista di Colonia, ai 1001 giri della pista di Berlino Est per 171 chilometri, a quella del novembre 1956 nel vecchio velodromo di Avenue Louis Bertrand a Bruxelles dove per 100 chilometri si sfidarono Hugo Koblet, l’elegante e affascinante svizzero che il mondo del cinema e della musica corteggiava continuamente per quel suo andare in bicicletta con insolente disinvoltura e Ferdinando Terruzzi, quegli anni insieme a Coppi la “Super equipe italiana” che, come recitavano i manifesti dell’epoca “…tutti gli italiani residenti in Belgio verranno ad applaudire i loro connazionali contro le migliori équipes del mondo…”, anche per dimenticare l’orrore dell’agosto di Marcinelle.

Dopo Koblet in questa Madison, un altro svizzero correrà con la stessa disinvoltura.

Quando Risi apre il gas si ha l’impressione che gli avversari frenino se non fosse che le bici ne sono sprovviste. A 37 anni compiuti lui e Kurt Betschart, i “Tornado delle Alpi” come li chiamano i loro tifosi, incantano per la classe e stupiscono per i tempi di recupero: dopo 25’ di Americana, insieme a Stam, Risi dà un giro a tutti; passano 7’ e stavolta va a caccia da solo con successo; rientrato in fondo al gruppo con la coda dell’occhio vede uscire Keisse e non ci pensa due volte a risalire e a riportargli sotto i compagni di merende, che nei velodromi solitamente consistono in generose fette di quiche lorraine e tarte au citron. Anche al padre di Keisse, che ormai da martedì si alterna con la moglie tra le tribune del ‘t Kupte e il bancone del De Karpe, non rimane che applaudire. Manca solo lo sprint finale di mezza ruota davanti a Stam, e l’Americana è vinta. La cabina, già di dimensioni minime viene invasa e occupata pacificamente dalle maglie gialle dei tifosi svizzeri; tra campanacci da prati alpini e massaggi canforati, una decina di persone festeggiano con Risi.

“Dopo un’Americana corsa così che sia il caso di prenotare un posto per le Olimpiadi a Pechino?”

“A Pechino saranno quaranta tondi tondi…no, dopo Atene ho lasciato definitivamente la Nazionale, voglio stare di più con la mia famiglia (vive a Burglen sulla punta sud del lago di Lucerna, con la moglie Sandra e tre bambini: Corsin di 5 anni, Shellan di 2 e Gian Nico nato a settembre N.d.R.)”

“E quando non stai in famiglia come ti alleni”

“D’estate cerco di fare fondo e potenza: solitamente mi servono una trentina di corse che cerco di fare senza allontanarmi troppo da casa, tra Svizzera, Austria e Germania usando pedivelle da 170 mm. Poi con l’inverno corro circa 20 gare in pista, uso pedivelle più corte, da 165 mm, e un 52×16. Quello che manca oggi ai giovani è la resistenza e le cadute sono colpa di poca lucidità per mancanza di fondo, ma ormai quando sei per terra è troppo tardi: dovevi pensarci a maggio. Guarda Zabel quando due settimane dopo il Lombardia ha vinto la Sei Giorni a Dortmund con Rolf Aldag, i primi tre giorni in sella sembrava ingessato a girare su pista, certi cambi invece di lanciarsi sembrava tirare giù Aldag poi è stato impressionante vedere uscire la forza della strada! Erik è veramente l’ultimo dei campioni in grado di vincere in strada e pista, mi auguro veramente che abbia firmato con gli organizzatori di Berlino, Brema e Stoccarda per le prossime Sei Giorni, è un bell’avversario e se riesci a dargli un giro credimi… nessuno ti ha regalato nulla ma è solo merito tuo e del compagno.”

“Appunto il compagno: tu e Betschart secondo le statistiche che partono dal 1900 ad oggi divise per decenni, siete i leader dal 1990 al 1999 con 25 vittorie (il decennio di inizio secolo vide gli americani Joe Fogler e Eddy Root con 3 vittorie, i belgi Patrick Sercu ed Eddy Merckx con 13 vittorie dominarono gli anni Settanta); in tanti anni insieme come avete visto cambiare le Sei Giorni?”

“Sono sempre più veloci e corte, prima contava solo la resistenza, ora è necessaria ma non sufficiente. Una cosa che invece non cambia è il pubblico, ogni velodromo ha il suo con le sue abitudini: a Berlino ciò che conta non sono i corridori ma la qualità della birra, a volte hai l’impressione che nessuno ti stia a seguire; qua a Gent invece la gente è molto competente e ti segue con attenzione per tutti i sei giorni, conosce la classifica a memoria, sa quando applaudire, ti senti sempre al centro dell’attenzione, c’è agonismo non solo folclore.” E il folclore nei velodromi non è mai mancato, per convincersi basta scorrere i poster appesi al ‘t Kuipke; dai diciotto ottoni di inizio secolo ad accompagnare il tintinnio di raffinate coppe di champagne parigine ai ben più solidi e meno musicali calici berlinesi degli anni ’80, con tanto di toro meccanico per gare di rodeo e bionde valchirie a sfilare in audaci bikini per il titolo di miss Sei Giorni: anche loro tra le cause di qualche caduta. Altre volte coma ad Anversa, ai malcapitati 32 ciclisti è toccato girare giorno e notte con l’ossessione dei volteggi di trapezisti, saltimbanchi, poco probabili indiani-equilibristi che spingevano una carriola piena di borracce in bilico su un filo d’acciaio pericolosamente teso sulle loro teste.

“Difficilmente ai giorni nostri un ciclista su strada ha lo stesso compagno per così tanti anni: dopo 13 anni dalla prima vittoria qui a Gent con Bertschart, siete ancora qua a giocarvela…”

“Con Kurt siamo come marito e moglie: in quasi venti anni abbiamo condiviso tutto, cabina, camera d’albergo, massaggi. Se ci fossero dei problemi non è che come su strada che i direttori sportivi possono organizzare calendari separati e spedire un gruppo da una parte e l’altro a mille chilometri di distanza per non pestarsi i piedi (vedi Simoni e Cunego nella passata stagione), in pista praticamente ogni giro ti dai la mano, vuoi che sia anche questo che aiuta ad andare d’accordo. E poi non solo con il tuo compagno devi andare d’accordo: noi con altre due coppie ad esempio ci siamo organizzati e abbiamo lo stesso massaggiatore e meccanico. Il garcon de course no, ogni coppia di solito ha il suo” E infatti il compito del garcon de course è un misto di maggiordomo che rassetta e tiene in ordine la cabina (e i migliori nei brevi intervalli tra una gara e l’altra riescono a riconsegnarti il casco perfettamente asciugato), dietologo che cura gli approvvigionamenti e cucina per tutta la Sei Giorni, lavandaia facendo bucati e stirando le divise e la biancheria. Per alcuni di loro si tratta di un secondo lavoro (chi fa il poliziotto chi l’impiegato nella società telefonica belga), sia per arrotondare che per passione: una gestione aritmetica dei giorni di ferie e recuperi consente un’intensa e proficua attività professionale nel periodo delle Sei Giorni, concentrato tra ottobre e febbraio.

E spetta proprio al garcon de course sgomberare con garbo deciso la cabina di Risi: il ronzio dei derny richiama tutti in pista.

Lo stesso garcon de course che nel primo pomeriggio di una domenica fiamminga, sconsolato, tra le mani la maglietta blu con il numero 4 di Bruno Risi, scuote la testa verso le tribune del ‘t Kuipke: nell’albo di questa Sei Giorni il suo nome non ci sarà. Una caduta in curva durante la corsa a punti lo costringe a lasciare zoppicante il velodromo senza poter sentire tre ore dopo il boato dei tifosi: per Gilmore e Keisse è il momento del trionfo. La 65° Zesdaagse Vlanderen Gent è loro.

 

Box 1 – Patrick Sercu

223 Sei Giorni come corridore con 88 vittorie e 94 volte sul podio: questa in sintesi la carriera unica di Patrick Sercu, classe 1944, un anno in più di Eddy Merckx insieme al quale nel 1965 ha vinto la prima Sei Giorni, proprio qui a Gent; l’ultima diciotto anni dopo a Copenaghen insieme a Gert Frank. A vederli insieme lui, Bob Discart e Roger De Maertelaere in giacca cammello, pantaloni blu e scarpe in vernice nera, ricordano un po’ la triade juventina Bettega-Giraudo-Moggi: come loro sono i signori del vapore nell’organizzare la Sei Giorni di Gent.

Dopo la carriera da seigiornista Sercu non ha perso l’abilità come organizzatore, forse talvolta a detta della stampa belga un po’ troppo attento a offrire la ribalta più ai politici che ai corridori, sempre presenti sotto i riflettori delle Sei Giorni, anzi talvolta troppo e al momento sbagliato come dopo la vittoria di Gilmore e Keisse dove, invece di spegnere tutte le luci e illuminare solo i due vincitori accolti con applausi da pelle d’oca, ha pensato bene di dare la parola all’assessore allo sport di Gent: risultato, tra gli spalti è calato il gelo e lo stupore, sentendosi la gente scippata di un emozione e gioia iniziata una settimana prima. Nel 2006 ci sono le amministrative e la concessione di un gruppo elettrogeno che eviti sospensioni di corrente e gare passa anche dal tirare la volata al politico di turno.

Alchimie politiche a parte, anche i numeri da organizzatore danno ragione al belga.

“Vedete che anche senza Zabel la gente non è mancata: da martedì a oggi abbiamo venduto 42.000 biglietti (l’incasso attorno al milione di euro) perché ciò che conta è mettere insieme le coppie giuste. Per gli ingaggi dei 26 corridori abbiamo investito sui 200.000 €; dai campioni come Risi ai giovani quali Cavendish (il britannico è del 1985) abbiamo versato dai 15.000 ai 3.000 € a testa”

“Insomma il ciclismo su pista è un buon investimento?”

“Piano, non è che manchino le spese. L’affitto del velodromo, 90 persone di servizio da pagare per una settimana…”

“E’ per questo che le Sei Giorni hanno sempre meno ore di gara, in media sotto le trenta ore”

“No quello non c’entra. E’ cambiata la filosofia, non più una corsa a eliminazione dove vincevano i più resistenti ma una gara dove conta la velocità. E poi che senso avevano anche ai miei tempi certe manifestazioni con gli spalti vuoti e metà delle squadre malate. Meglio meno ore ma con più spettacolo”

“Risi e Betschart 37 anni, Mc Groy e Villa 36, Gillmore che pensa di ritirarsi…, non è che la scacchiera rischia di rimanere senza pedine?”

“Non c’è questo problema: stiamo investendo molto sui giovani (una decina le ore di gara dedicate a loro), basta vedere Kenny De Ketele che nel 2004 a 19 anni ha vinto la Sei Giorni delle promesse e quest’anno è arrivato quinto in quella ufficiale prendendo 9 giri. Nel 2006 insieme a Keisse lo vedrei molto bene, e per un decennio almeno. E a Pechino potrebbero dire la loro.”

Un decennio in cui agli appassionati italiani magari non dispiacerebbe brindare ai nuovi Villa e Martinello in giro per i velodromi del nord…

 

 

Box 2 – Storie di velodromi

Hanno tante storie da raccontare i velodromi, talvolta tragiche come per le Vél d’Hiv nella Parigi occupata del 1942, dove tra il 16 e il 17 luglio vennero imprigionati nel velodromo e lasciati per cinque giorni in condizioni disumane ottomila ebrei, senza cibo e con un solo rubinetto d’acqua. Molte altre volte fortunatamente a lieto fine, come per la pista gemella del ‘t Kuipke, salvata nel luglio del 1998, dopo quarant’anni di glorioso servizio, a un poco onorevole smantellamento e smaltimento in discarica.

Protagonisti del salvataggio della pista di Colonia, Ralph Schuermann, architetto tedesco discendente da una famiglia che da tre generazioni ha intrecciato il proprio destino tra ciclismo e architettura, dedicando la loro vita, non solo professionale, ai velodromi. Il nonno di Ralph, Clemens Schuermann nato a Munster nel 1888, a vent’anni ero un onesto sprinter e con i soldi guadagnati con la bicicletta, complice anche una moglie apprensiva per le troppe cadute di Clemens, si dedicò agli studi in architettura. Inventore del primo elmetto da ciclista, aiutato sempre dalla moglie, ottenuto dalla sommità di un casco da poliziotto ricoperto poi da una spessa calza scura per renderlo più confortevole, una volta appesa la bici al chiodo la passione per il ciclismo lo portò a progettare e costruire velodromi. Dopo di lui, per il papà di Ralph, Herbert nato nel 1925, fu naturale crescere a pane e pedali, vincendo alcune gare con risvolti anche divertenti come quella volta che, dopo la premiazione, gli organizzatori si ripresero fiori e coppa per premiare le altre categorie. Tra i velodromi progettati e costruiti da Schuermann padre quello delle Olimpiadi di Roma nel 1960, Messico nel 1968, Monaco 1972, Seoul 1986 e Barcellona 1990.

A Ralph, nato nel 1953, subì il battesimo della pista durante una Sei Giorni di Munster dove, durante la pausa, il padre si fece prestare una bellissima “Cinelli” ci mise in sella Ralph e lo lanciò terrorizzato dalla sommità della curva parabolica: passata la paura della picchiata fu amore al primo colpo di pedale. E proprio tanta passione per i velodromi, portò il quarantenne Ralph alla missione “umanitaria” di far risorgere la pista del velodromo di Colonia, identica a quella di Gent. Stecche di quercia sulle curve inclinate di 54°, tavole sui rettilinei leggermente inclinati di 13°, uno sviluppo lungo la linea nera di 166,666 metri, un gioiello da custodire in poco meno di tremila metri quadrati già, ma dove?

Sfrattata dal Palazzetto di Colonia, dopo 4 settimane di frenetica ricerca da parte di Schuermann III, i legni della pista sono stati salvati: saputo che il governo lettone stava rilanciando il programma del ciclismo su pista, con un bilancio non proprio faraonico, e grazie ad un’appassionata e attenta diplomazia tra la Germania e la Lettonia, il 14 luglio 1998 si firmato l’accordo. Smontata accuratamente in tre giorni pezzo per pezzo la pista ha iniziato il suo viaggio di 1600 chilometri fino alla cittadina di Murjani, a mezz’ora dalla capitale.

Vite dopo vite ha preso le curve paraboliche hanno preso nuovamente forma seguite dall’occhio attento di Ralph. Già il 21 settembre i primi tubolari in seta hanno ricominciato ad accarezzarla.