Giornata splendida per esser ad un mese dal Natale 2014.

Temperatura gradevole.

Io, freddoloso, non metto manco i copriscarpe. La compagnia per un bel giro in bici è pronta.

Appuntamento verso i colli, e nel decider la meta, il Toba propone di mescolarsi con il gruppone delle 13:30 da Mezzavia. Che problemi ci sono? nessuno! Si punta decisi in direzione Padova e durante l’avvicinamento, Lui inizia con il terrorismo a sfondo ciclistico sulle velocità folli che a breve dovremmo tenere.

Come detto in presentazione io sono 100% ciclista e, come direbbe il Frassica Nino, per un 50% corridore (forse anche meno).

Il Toba invece è al 100% corridore, non vi è dubbio, animale da corse in circuito, arrivato ad un niente dal passo importante, miete successi nelle gare dei “pazzi furiosi” che sfrecciano tra una frazione e l’altra, da un campanile all’altro ai 50km/h. Una specie di Freire, un Degenkolb, un Gerrans capace di vincere un Liegi-Bastogne-Liegi, velocista capace di vincere volate di gruppo e di “portar fuori” la fuga buona con trenate a velocità da scooter e se in giornata buona, di tener nelle “Cote” Euganee.

Ormai manca poco a Mezzavia, il Toba si stringe addirittura gli scarpini e ci ordina di invertire la rotta, in modo che l’onda di piena in arrivo, ci travolga alle spalle. Io e Claudia ci guardiamo interrogandoci su cosa sarà mai sta Mezzavia 13:30. OK, ci giriamo e torniamo verso, voltandoci ogni tre per due per veder se arriva qualcuno. Mancavan solo le ammiraglie e l’elicottero ad annunciare il gruppone. Ogni ciclista che incontravamo, si voltava e si accodava come attratto da una forza misteriosa, consapevole del rischio che avrebbe corso se avesse continuato la corsa verso le fauci del gruppo in arrivo. Eccolo, mi sfila, inizia a menar, 30, 35, 38, 40 all’ora, ormai sarà qua, mi volto e sento le prime catene che baciano le corone.

bici_pecore

Iniziano le danze.

Non facciamo in tempo a prender il ritmo con i nuovi compagni di pedalata che siamo costretti ad una sosta forzata.

Un gregge di pecore occupa l’intera strada guidati da un’attempata Heidi e da un vigoroso Peter. Non ci resta altro che imitar i gorgheggi dei pecorai per farci strada tra un “Fiocco di neve” e l’altro. Intermezzo simpatico, un po’ come quei passaggi a livello che spezzano il gruppo al Tour de France. Succede proprio questo, perché nel gruppo delle 13:30 da Mezzavia nessuno aspetta nessuno, chi è davanti tira, gli altri inseguono! E allora inseguiamo, buttandoci in posizione per recuperar il prima possibile una ruota da seguire.

Gruppo compatto, forse 50 unità, (leggende narrano di giornate con oltre 100 corridori al via; fonti non sospette tendono a confermare)

Mezzavia 13:30 è come una corsa in Fast and Furious, un ritrovo del Branco, dove ogni partecipante sa cosa sta per fare, senza regole scritte, senza classifiche, ma con vincitori e vinti. I partecipanti sono il bello dell’evento. Tutti uguali e tutti diversi. Potrei ipotizzare una piramide trofica come modello della comunità ciclistica. Ad ogni livello, grado gerarchico, corrisponde una ben definita specie ciclistica, e con loro vengono definiti i rapporti che le legano, dando vita ad un’ecologia a pedali. Per ora non mi dilungo sulla struttura egizia, mi riservo di approfondire le varie specie che la popolano in un prossimo capitolo.

piramide trofica ciclismo

Nonostante l’avvertimento del Toba, che ci aveva messo sull’attenti rispetto alla pericolosità di star in mezzo al plotone, mi ritrovo proprio nella sua pancia. Un’improvvisa sbandata per una  toccata di ruote tra due ciclisti che mi precedono, mi fa immediatamente rialzare in cerca dei miei amici compagni d’avventura, che saggiamente pedalano in fondo al gruppo. Bene qua non si rischia, ma si è come in una fionda con improvvise accelerate e arresti.

Fortunatamente l’andatura non è altissima e ho anche il tempo per sbirciare il mio computerino. Frequenza, questa è la parola magica del ciclismo moderno. Frequenza cardiaca e soprattutto frequenza di pedalata. Non importa che tu faccia 1000, 2000, 20000 chilometri all’anno, l’importante è che tu tenga quella giusta. Ed ecco che la mia frequenza è a tre cifre, oscillante attorno alle 100 pedalate al minuto, il cuore non sembra accorgersi più di tanto dello sforzo e per questo mi sento in formissima.

Passato l’abitato di Este, inizia un importante tratto (Este-Vò) un pò mangia e bevi, prevalentemente pianeggiante ma con alcuni saliscendi che rompono il ritmo (almeno il mio).

Gruppo pancia a terra, direbbe qualcuno.

(forse ho fatto i conti senza l’oste)

La velocità sale, si viaggia senza scendere sotto i 40 chilometri orari.

Non si parla più, il paesaggio ora non c’è e l’unico contemplato ha una dimensione di qualche metro quadrato e comprende solamente le ruote e le schiene di quelli che ho davanti.

La strada è un file memorizzato, la ricordo a memoria, metro per metro, mi devo solamente concentrare per tenere saldo il manubrio con le dita sulle leve dei freni.

Il gruppo si fa arrogante, troppo arrogante, occupando tutta la carreggiata, obbligando gli automobilisti a manovre che potrebbero mettere a repentaglio la nostra e la loro vita.

Decido di prender posizione sul ciglio della strada e di non lasciare questa striscia d’asfalto tra la linea bianca e l’erba.

Per un momento alzo lo sguardo e sul cartello stradale compare la scritta Bedoin, abbasso gli occhi e mi ritrovo maglie rosa con un’enorme “T”, affiancate da maglie giallo-celesti e altre con la rappresentazione di madre terra. Il gruppo sta portando i capitani ad attaccare nelle prime posizioni, la leggendaria salita del Mount Ventoux.

Il mio capitano è scortato dal Toba, gregario di lusso e pian piano risale il gruppo.

Oggi tocca a Claudia, è il suo terreno.

Svolta a destra e inizia la salita mentre Claudia risale. Grimper di razza anche se l’en danseuse non è proprio il suo forte, ma grazie ad un gran motore, riesce ad andar in salita come i migliori scalatori, staccando la maggior parte del gruppo.

La salita ovviamente non è la terribile ascesa al monte caro al nostro Poeta di Arquà, ma quella di Teolo dal versante “duro”, quello di Vò Euganeo. Di certo non è neanche una salita dolomitica, ma potrebbe esser un Poggio della classica di primavera, dove anche i passisti riescono a tener le ruote.

La salita è come un cambio di scena, un cambio di quinte e di attori.

Ognuno con la sua parte da recitare.

Chi finge sicurezza e si defila ostentando la sua superiorità, rifugiandosi nella contemplazione del paesaggio; chi nasconde la preparazione precaria o i limiti che il mancato talento impone, cercando in tutti i modi di mascherare la fatica per salire con il gruppetto dei migliori.

Già nella prima parte della salita il gruppo esplode, si frammenta in gruppi omogenei.

Rimango indietro, (chiaramente non per il talento mancante) e faccio la salita con un buon passo, il mio buon passo.

In cima non ci si ferma alla fontana, si cerca di recuperare il prima possibile delle buone ruote per tornare a casa, visto che siamo più o meno a metà del giro.

Qui tutto finisce. I più forti se ne sono andati e dopo qualche tornante in discesa ritrovo i miei amici con i quali torniamo verso sud. Ci restano una ventina di chilometri per pedalare, ridere, parlare e goderci questa splendida giornata di fine novembre.

Ogni Santo Sabato alle 13:30 con partenza da Mezzavia va in scena questa rappresentazione ciclistica. Gli attori sono corridori o ciclisti, ognuno con il suo rango trofico, ognuno con le sue aspettative, ognuno con la propria capacità, con il proprio talento, ognuno con la propria coscienza, ma tutti con una gran passione.